Cervelletto
e invecchiamento
LORENZO L. BORGIA
NOTE E
NOTIZIE - Anno XXIII – 20 giugno 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale
di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia”
(BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi
rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente
lavori neuroscientifici selezionati fra quelli
pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui
argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione
Scientifica della Società.
[Tipologia del testo: RECENSIONE]
Il cervelletto costituisce solo il 10%
del volume totale dell’encefalo, ma contiene più della metà dei neuroni. La sua
organizzazione strutturale è caratterizzata da una serie di unità ripetitive,
altamente regolari, ciascuna delle quali contiene lo stesso microcircuito di
base. Tradizionalmente questa struttura ripetitiva in fisiologia è stata messa
in rapporto con l’amplificazione o il prolungamento temporale della codifica
dell’elemento da elaborare. Differenti regioni cerebellari ricevono input da
differenti aree di encefalo e midollo spinale e proiettano a differenti sistemi
motori, ma la similarità di architettura e fisiologia fra tutte le regioni del
cervelletto implica che differenti regioni compiano simili operazioni
computazionali su input differenti. Questa organizzazione funzionale è
stata messa in rapporto con la nozione di modelli interni del controllo
motorio.
La capacità del cervelletto di impiegare
i modelli interni come schemi-prototipo da adattare alla necessità implica la
sua speciale forma di apprendimento motorio, che costituisce un’altra
affascinante branca della ricerca sulla fisiologia del cervelletto, che si
arricchisce continuamente di prove della sua partecipazione a funzioni
cognitive, affettive ed emozionali, dalle quali era virtualmente escluso dalla
fisiologia classica. Noi seguiamo con attenzione la ricerca sulla
neurofisiologia cerebellare e ne documentiamo costantemente i risultati, come
nella recensione dello scorso 6 giugno[1].
La partecipazione ai processi cognitivi
ha aperto un altro fronte di indagine, quello del rapporto tra invecchiamento
cerebellare e cognizione, incluse le indagini sul ruolo del cervelletto nel
decadimento cognitivo, in particolare nella demenza neurodegenerativa della
malattia di Alzheimer.
Un nuovo studio, condotto da Federico d’Oleire Uquillas e colleghi ha
verificato l’eterogeneità spaziale dell’invecchiamento cerebellare e ha
riconosciuto una possibile origine dell’intelligenza preservata anche a tarda
età.
(d’Oleire Uquillas F. et al.,
Cerebellar aging is spatially heterogeneous and supports cognitive resilience
in later life. Nature Neuroscience – Epub ahead of print doi:
10.1038/s41593-026-02289-x, 2026).
La provenienza degli autori è la seguente: Princeton
Neuroscience Institute, Princeton University, Princeton, NJ (USA); Lifespan
Brain Institute, Children's Hospital of Philadelphia, University of
Pennsylvania, Philadelphia, PA (USA); Department of Psychiatry, University of
Pennsylvania, Philadelphia, PA (USA); Department of Medical Physiology and
Biophysics, Institute of Biomedicine of Seville (IBiS)
HUVR/CSIC/University of Seville/CIBERSAM, ISCIII, Seville (Spagna);
Department of Psychiatry, Department of Psychology, University of Cambridge,
Cambridge (Regno Unito); Gordon
Center for Medical Imaging, Massachusetts General Hospital, Harvard Medical
School, Boston, MA (USA); Martinos Center for
Biomedical Imaging, Massachusetts General Hospital, Harvard Medical School, Boston,
MA (USA); Department of Radiology and Biomedical Imaging, Yale School of
Medicine, Yale University, New Haven, CT (USA); Brigham and Women's Hospital,
Harvard Medical School, Boston, MA (USA).
A febbraio abbiamo recensito uno
studio sul ruolo della glia di Bergmann nell’istogenesi
spazio-temporale del cervelletto umano[2]
e, introducendo l’argomento, abbiamo sinteticamente delineato alcuni aspetti
del rapporto morfologia-funzione a cui rimandiamo; qui riprendiamo il breve excursus
sugli aggiornamenti e l’introduzione sul cervelletto a beneficio dei lettori
che non abbiano una conoscenza specialistica di questa formazione del nevrasse
umano.
L’anno scorso, introducendo
uno studio sul cervelletto nella malattia di Parkinson, abbiamo rilevato che
l’anno precedente era stato ricco di scoperte sulla neurofisiologia cerebellare
e noi avevamo recensito molti studi di grande interesse, fornendo materiale
didattico sull’argomento, che è stato molto apprezzato[3]. Nel
mese di aprile 2025 ci siamo occupati dei neuroni della zona ventricolare del
cervelletto umano[4],
nel giugno seguente della disfunzione dei mitocondri cerebellari nella sclerosi
multipla[5], e in
tutto il periodo abbiamo continuato a seguire la ricerca sul cervelletto,
comunicando spesso in estrema sintesi nelle nostre “Notule” settimanali i
risultati degli studi di maggior rilievo, fra quelli che siamo riusciti a
leggere e studiare. L’emergente importanza del cervelletto nelle funzioni
cognitive ha accresciuto l’interesse per la sua partecipazione ai processi
neurodegenerativi alzheimeriani.
Nel settembre dello scorso
anno, recensendo un nuovo studio sul ruolo del C4d nel pruning
alterato della malattia di Alzheimer[6],
notavamo che fra i tentativi recenti di trattare la perdita di funzione
cognitiva della malattia di Alzheimer vi è il targeting
dei recettori gliali: quello studio suggeriva che assumere come bersaglio i
recettori del pruning neuronico, quali PirB/LilrB2, potrebbe risultare similmente efficace. Lo
studio della patologia cerebellare nel declino cognitivo ripropone il problema
del rapporto tra morfologia e funzione.
Come abbiamo fatto in occasioni precedenti[7],
proponiamo un’introduzione sul cervelletto per i lettori non specialisti,
andando cronologicamente a ritroso nel citare alcuni fra i principali studi più
recenti. Nel mese di ottobre 2024 abbiamo proposto uno studio che dimostrava
una funzione cerebellare analoga a quella tipica del lobo temporale mediale;
due settimane prima abbiamo presentato un atlante del cervelletto umano secondo
un nuovo modello funzionale che realizza una mappatura di precisione integrando
le nuove acquisizioni[8]; solo due
settimane prima avevamo recensito lo studio che riporta la scoperta di un ruolo
del cervelletto nella regolazione della sete[9]. Ecco cosa
abbiamo riportato il 5 ottobre 2024 a proposito di questi continui
aggiornamenti:
“Introducendo la recensione
di uno studio sul cervelletto[10], il 22 giugno abbiamo così sintetizzato le tappe principali del nostro
impegno recente nel seguire la ricerca sulla neurofisiologia di questa parte
dell’encefalo:
I continui
progressi nelle conoscenze sul cervelletto richiedono la nostra
attenzione costante come recensori: a maggio abbiamo presentato tre nuovi studi
che, nell’insieme, costituivano già un piccolo aggiornamento. In precedenza
abbiamo riportato lo studio di Jessica Bernard che fa il punto delle conoscenze
sulle interazioni ippocampo-cerebellari e le considera anche in relazione
all’invecchiamento e al declino cognitivo legato all’età[11].
Ancor prima, nel mese di febbraio, abbiamo visto come la struttura
dell’encefalo descritta quale organo per la prima volta da Vicq
d’Azyr controlli direttamente la sostanza nera
o Substantia Nigra di Sömmering
del mesencefalo, agendo direttamente sulle popolazioni dopaminergiche
connesse, regolando i valori di ricompensa connessi col movimento[12]. Ci
siamo poi occupati dei nuovi meccanismi dei granuli cerebellari[13].
Abbiamo recensito anche uno studio su un ruolo del nucleo interposito: i neuroni di questa formazione nucleare generano
previsioni che ottimizzano nel tempo e nella forma la
riposta di un movimento condizionato[14].
Nell’apprendimento
cerebellare classico, le cellule di Purkinje (PkC) associano i segnali di errore delle fibre
rampicanti (CF) alle cellule dei granuli (GrC)[15] predittive che sono attive subito prima (circa 150 ms).
Il cervelletto partecipa anche all’attuazione di comportamenti caratterizzati
da una scala temporale di maggiore durata. Martha G. Garcia-Garcia e colleghi
coordinati da Mark J. Wagner, per indagare come i circuiti GrC-CF-PkC possono apprendere previsioni della durata di secondi,
hanno rilevato immagini simultanee dell’attività GrC-CF
durante l’apprendimento condizionato con una ricompensa d’acqua ritardata. I
risultati dell’osservazione sperimentale sono molto significativi[16].
Dopo questi
studi, come abbiamo già ricordato, Ila Mishra e colleghi hanno rilevato e dimostrato che le
cellule di Purkinje del cervelletto nel topo sono
attivate dall’ormone asprosina, e determinano
un aumento della sete, ossia del desiderio di bere e dell’esecuzione di atti di
assunzione di liquidi”[17].
Continuano dunque a ritmo serrato i progressi nella
conoscenza della neurofisiologia di questa parte dell’encefalo, e noi, come in
occasioni precedenti[18], proponiamo
un’introduzione anatomo-funzionale per il lettore non
specialista.
Il cervelletto
è quella parte dell’encefalo che occupa la fossa cranica posteriore ed è
presente in tutti i vertebrati con uno sviluppo proporzionato a quello del
cervello. Si presenta costituito da tre parti: una struttura mediana di minore
dimensione denominata verme cerebellare, corrispondente al cervelletto
primitivo presente anche nei più bassi vertebrati (paleocerebello),
e due espansioni laterali dette emisferi cerebellari. È situato nella
loggia cerebellare delimitata dal tentorio e si sviluppa sotto il
cervello, dietro il ponte, sopra il bulbo. Il suo diametro trasverso raggiunge
un massimo di dieci centimetri, mentre verticalmente supera raramente i cinque
centimetri per un peso complessivo medio di 140 g, ossia l’ottava parte del
peso del cervello. I solchi del cervelletto consentono di ripartirlo in tre
lobi e numerosi lobuli, accuratamente descritti dagli antichi anatomisti
secondo criteri che non hanno trovato riscontro fisiologico o utilità clinica.
Il fascino esercitato sugli antichi morfologi dalla struttura corticale cerebellare costituita
da innumerevoli lamelle è stato superiore a quello dell’organizzazione in rami
e ramoscelli diretti ai lobuli della sostanza bianca del centro midollare o
tronco, cui diedero il suggestivo nome di albero della vita. Contrariamente
a quanto creduto da alcuni studiosi contemporanei di storia della medicina,
questa denominazione non trae affatto origine dall’erronea attribuzione al
cervelletto di un ruolo vitale nella fisiologia dell’organismo, ma
dall’analogia morfologica con la tuia (Thuja,
L. 1753), una pianta arborea sempreverde delle Cupressaceae
che presenta, al posto di foglie larghe, verdi diramazioni e sotto-diramazioni
multiple costituite da minuscole scagliette foliacee[19]. A
differenza del cervello, in cui la sostanza bianca ha un’enorme espansione
indipendente con le sue strutture interemisferiche e il centro ovale di Vieussens, entrando solo perifericamente nella costituzione
dei giri corticali, nel cervelletto l’aggregato pirenoforico
corticale segue come un rivestimento tutte le diramazioni della sostanza bianca
che, nell’aspetto morfologico macroscopico delle sezioni dell’organo, appare
come un semplice complemento della preponderante struttura grigia.
La corteccia del cervelletto ha lo spessore
di un millimetro o un millimetro e mezzo, e al taglio rivela due zone di
aspetto differente: 1) uno strato esterno o superficiale di colore
grigio pallido; 2) uno strato interno o profondo dal colorito tendente
al fulvo rossastro, che giustifica la definizione di strato rugginoso.
L’esame microscopico della corteccia cerebellare
consente di distinguere uno strato esterno o molecolare, che costituisce
circa la metà dell’intera struttura e presenta abbondanza di fibre e scarsità
di cellule, e uno strato interno o granuloso caratterizzato da
numerosissime cellule.
Fra queste due lamine di tessuto grigio si interpone
uno strato intermedio o zona mediana, sottile ma caratterizzata da una
fila di neuroni esclusivi del cervelletto e dalla morfologia inconfondibile: le
cellule di Purkinje.
Le cellule di Purkinje
sono disposte a formare una fila abbastanza regolare, anche se a tratti si
notano lievi irregolarità, perché alcuni di questi neuroni inibitori GABAergici sono dislocati verso la superficie esterna della
corteccia, non in linea con la maggioranza, tanto da meritarsi il nome di
“cellule spostate”, con il quale erano state descritte da Santiago Ramon y Cajal. Le cellule di Purkinje
sono piriformi, con l’asse maggiore di 50-60 micron e una larghezza non
superiore ai 25-30 micron, e presentano al polo superiore, rivolto verso la
superficie esterna della corteccia, un tronco dendritico di grande calibro che
si divide presto in grosse diramazioni principali, dalle quali originano, con
una morfologia che ricorda un po’ quella dei rami della quercia, diramazioni
secondarie e terziarie, che penetrano nello strato molecolare. L’espansione a
ventaglio si risolve in una “lussureggiante arborizzazione che si può seguire
fino alla superficie piale”[20], secondo
la descrizione classica. Sui rami si possono osservare le numerosissime spine
dendritiche, che in questi neuroni sono state accuratamente studiate
nell’ultrastruttura al microscopio elettronico. È interessante la disposizione
della fitta arborizzazione dendritica delle cellule di Purkinje,
che Obersteiner paragonò a una pianta di vivaio fatta
sviluppare intorno a un “sostegno a spalliera”, da cui la denominazione di spalliera
dendritica che si adotta attualmente. Questa struttura è infatti disposta
su un piano ortogonale rispetto a quello principale della lamella della
corteccia del cervelletto, per cui si dice che l’arborizzazione a spalliera “si
espande per traverso alla lamella”[21].
Dal polo opposto o interno della cellula di Purkinje origina il neurite che diventa cilindrasse, ossia
assone rivestito di mielina[22],
presentando la caratteristica di un diametro inferiore a quello del tronco
dendritico, all’opposto di quanto accade per la maggior parte dei neuroni. Dopo
un tratto più o meno breve, l’assone emette rami collaterali, alcuni dei quali
terminano nello strato granuloso mentre altri risalgono come collaterali
retrogradi fino al molecolare dove assumono decorso orizzontale e terminano
circondando con una terminazione anulare il tronco dendritico della stessa
cellula, di un’altra o di numerose altre cellule di Purkinje,
realizzando un controllo inibitorio retrogrado dell’input che arriva
dalle sinapsi formate dalle spine della spalliera dendritica con i neuriti dei
neuroni che compongono la citoarchitettonica
corticale. Dopo aver emesso i collaterali, proseguendo il suo percorso, il
neurite entra con la miriade di altri cilindrassi omologhi nella sostanza
midollare, dove costituisce la connessione diretta ai nuclei centrali del
cervelletto, ossia la via cortico-nucleare
cerebellare.
In estrema sintesi la struttura della corteccia
cerebellare può essere schematizzata come segue.
1) Lo strato
molecolare, esterno, caratterizzato dalla cellula dei canestri:
contiene ramificazioni dendritiche delle cellule di Purkinje,
le fibre rampicanti e i rami orizzontali dei neuriti dei granuli, che
costituiscono la maggioranza delle fibre di questo strato.
2) Lo strato
granuloso, interno, caratterizzato dal tipo neuronico del granulo e
dai caratteristici glomeruli cerebellari nei quali si incontrano le fibre
muscoidi e i dendriti dei granuli. Tutto lo
spessore è attraversato da fibre muscoidi e fibre
rampicanti, come da tutte le altre fibre afferenti, e contiene il corpo
delle cellule a pennacchio, particolari elementi della glia descritti
per la prima volta da Cajal.
3) Lo strato
intermedio delle cellule di Purkinje attualmente
descritto come parte dello strato molecolare, che è stato considerato in
passato l’elemento base del cervelletto. Infatti, alle singole cellule di Purkinje, che ricevono segnali dalle fibre rampicanti
direttamente e dalle fibre muscoidi indirettamente
per interposizione dei granuli, e forniscono l’unico output dalla
corteccia, è stato dato il nome di “cervelletto istologico”.
La corteccia del cervelletto è la
regione dell’encefalo in cui è stata stabilita con maggiore precisione la
correlazione fra anatomia e fisiologia, e l’affascinante ricerca che ha portato
alla definizione della sua architettura cellulare ha avuto inizio nel 1888 con
gli studi realizzati da Santiago Ramòn y Cajal, usando il metodo dell’impregnazione argentica di Camillo Golgi, ed è proseguita nel secolo
successivo grazie soprattutto alle osservazioni di sir John C. Eccles e collaboratori. Dalla scuola di Eccles
proveniva Rodolfo R. Llinas, che nel 1975 integrò il
suo contributo sperimentale in una sintesi schematica e concettuale resa in una
iconografia ancora oggi adoperata per illustrare la disposizione nelle tre
dimensioni dello spazio degli elementi che formano i circuiti della corteccia
cerebellare[23].
Con questi studi classici fu
anche definita la natura delle fibre muscoidi
e delle fibre rampicanti. Entrambi i tipi di assoni sono eccitatori, ma
obbediscono a criteri funzionali differenti e sostanzialmente opposti.
Le fibre rampicanti
provengono da formazioni distanti, come il nucleo olivare inferiore, e ciascuna
si dirige verso la cellula di Purkinje che
costituisce il suo specifico bersaglio fin dallo sviluppo embrionario e sulla
quale forma anche più di 300 sinapsi: la scarica della fibra rampicante è
estremamente violenta e fa scomparire ogni attività del neurone di Purkinje, come fu dimostrato già nel 1964 da Eccles, Sasaki e Llinas.
Le fibre muscoidi,
al contrario, eccitano numerose cellule di Purkinje,
formando solo poche sinapsi su ciascuna di esse, e le raggiungono sempre con
l’intermediazione dei piccoli interneuroni detti granuli.
Una descrizione anche sintetica
dell’organizzazione funzionale della corteccia del cervelletto richiederebbe
uno spazio di dimensioni sproporzionate in rapporto al testo e all’oggetto
dell’articolo, per cui si rimanda alle trattazioni di neuroanatomia funzionale,
corredate da immagini che consentono la comprensione dei rapporti reciproci fra
cellule e dell’organizzazione spaziale di questi sistemi neuronici[24].
All’interno della struttura del cervelletto le lamine
midollari confluiscono formando una massa di sostanza bianca centrale che
contiene i tipici quattro nuclei pari: dentato, globoso, emboliforme e nucleo del tetto.
Il nucleo dentato è il più grande e laterale
dei nuclei, e si presenta come una lamina di neuroni irregolarmente ripiegata,
che racchiude una massa di fibre principalmente costituite da assoni e dendriti
dei neuroni dentati; queste cellule sono di media grandezza (20-30 micron). La
sua forma ricorda quella di una borsetta di pelle con l’apertura rivolta in
direzione mediale, e corrispondente all’ilo del nucleo che contribuisce alla
costituzione del peduncolo cerebellare superiore.
Il nucleo globoso (o n. posteriore interposto)
è sito medialmente al nucleo emboliforme ed è
continuo con il nucleo del tetto. Come gli assoni del nucleo dentato e dell’emboliforme le fibre dei suoi neuroni entrano nella
costituzione del peduncolo cerebellare superiore.
Il nucleo emboliforme
(o n. anteriore interposto) è laterale al nucleo globoso e si continua
lateralmente con il nucleo dentato.
Il nucleo del tetto è localizzato in prossimità
della linea mediana, al margine del tetto del quarto ventricolo. I neuroni di
questo nucleo sono prevalentemente di grandi dimensioni (40-70 micron) e una
gran parte dei loro assoni incrocia nella sostanza bianca della commessura
cerebellare[25]. Dopo la loro decussazione,
costituiscono il fascicolo uncinato che passa dorsalmente al peduncolo
cerebellare superiore per giungere al nucleo vestibolare del lato
opposto. Le fibre che non incrociano entrano nel nucleo vestibolare
omolaterale; un piccolo contingente ascende verso il peduncolo cerebellare
superiore[26].
La sperimentazione recente
ha fornito dati molecolari a sostegno degli studi che hanno dimostrato un ruolo
del cervelletto nella fisiologia cognitiva, in particolare modulando il
circuito a ricompensa dopaminergico, il linguaggio e il comportamento
sociale.
I nuclei del cervelletto
possono essere definiti sub-strutture che trasferiscono informazioni elaborate
nel cervelletto da questa sede ad altri territori dell’encefalo. Un elemento
caratteristico della specie umana è il notevole sviluppo della connessione di
questi aggregati grigi con la corteccia cerebrale del lobo frontale[27].
Dopo questa lunga
introduzione e aggiornamento sui più recenti risultati della ricerca, torniamo
alla recensione dello studio di Federico d’Oleire
Uquillas e colleghi.
I ricercatori hanno impiegato 3 studi per
neuroimmagine encefalica, comprendenti 47.000
volontari adulti, e hanno esaminato il modo in cui le differenti regioni del
cervelletto invecchiano, mettendo in relazione invecchiamento e cognizione.
Hanno caratterizzato l’invecchiamento
cerebellare usando la volumetria e la ratio T1-pesata/T2-pesata, e
rapportato gli esiti all’imaging quantitativo
in risonanza magnetica nucleare (qMRI, da quantitative
magnetic resonance imaging) di un campione indipendente.
È emerso un pattern spazialmente
eterogeneo di invecchiamento in cui regioni di associazione specifica e regioni
associate ai circuiti motori presentavano una più stretta relazione con l’età
rispetto ad altri lobuli cerebellari. Un volume cerebellare maggiore era
associato a punteggi più elevati ai test cognitivi, col crescere dell’età dei
soggetti, suggerendo che la struttura cerebellare può fornire una riserva
cerebrale che aiuta a mantenere la funzione nonostante l’invecchiamento.
Nei pazienti affetti da malattia di
Alzheimer che facevano parte del campione, il volume cerebellare era associato
alla cognizione nelle persone con più basso carico di placche amiloidi,
specialmente nei portatori di due alleli del gene di rischio APOE-ε4.
Questo è un dato a sostegno di un “modello soglia-riserva”, in cui il
cervelletto aiuta a sostenere la cognizione fino a quando la patologia diventa
molto estesa.
Questi risultati supportano la nozione
che attribuisce al cervelletto un ruolo attivo nell’invecchiamento cognitivo
fisiologico e nella resistenza in salute.
L’autore della nota ringrazia
la dottoressa Isabella Floriani per la correzione
della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione
“NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).
Lorenzo L. Borgia
BM&L-20 giugno 2026
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Entrate di Firenze, Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice
fiscale 94098840484, come organizzazione scientifica e culturale non-profit.
[1] Note e Notizie 06-06-26 Come
il cervelletto decide quando apprendere.
[2] Note e Notizie 14-02-26 La
glia di Bergmann rivela la formazione dei circuiti
del cervelletto.
[3] Note e Notizie 22-02-25
Cervelletto nella malattia di Parkinson.
[4] Note e Notizie 26-04-25 I
neuroni della zona ventricolare del cervelletto umano.
[5] Note e Notizie 21-06-25
Sclerosi multipla e ruolo della disfunzione mitocondriale del cervelletto.
[6] Note e Notizie 27-09-25 C4d è
alto nella malattia di Alzheimer e media il pruning.
[7] Note e Notizie 22-02-25
Cervelletto nella malattia di Parkinson.
[8] Note e Notizie 05-10-24
Atlante gerarchico del cervelletto umano.
[9] Note e Notizie 21-09-24 Il
cervelletto regola la sete.
[10] Note e Notizie 22-06-24
Granuli-fibre rampicanti cerebellari per tracciare gli intervalli.
[11] Note e Notizie 09-03-24 La
nuova via cervelletto-ippocampo.
[12] Note e Notizie 03-02-24 Il
Cervelletto modula direttamente sostanza nera e ricompensa.
[13] Note e Notizie 17-02-24 Nuovi
meccanismi dei granuli del cervelletto.
[14] Note e Notizie 02-03-24 Un
ruolo del nucleo interposito del cervelletto.
[15] Si veda sui granuli la già
citata recensione Note e Notizie 17-02-24 Nuovi meccanismi dei granuli del
cervelletto.
[16] Note e Notizie 22-06-24
Granuli-fibre rampicanti cerebellari per tracciare gli intervalli.
[17] Note e Notizie 21-09-24 Il
cervelletto regola la sete.
[18] Note e Notizie 11-05-24 Tre
nuovi studi sul cervelletto.
[19] Il nome greco θυία vuol dire “cedro” ed è stato dato
per l’odore emanato dal legno di questa pianta. Originaria di Cina, Giappone,
Alaska e regione dei grandi laghi del Nord America, in latino era detta Arbor vitae; come vuole la legge linguistica
del “conservatorismo della periferia”, in America si è mantenuta la forma
latina abbandonata in Europa ed è ancora chiamata arborvitae.
L’origine della denominazione della sostanza bianca cerebellare è riportata nel
Trattato di Anatomia Umana di Testut e Latarjet (vol. III, p. 241, UTET, Torino 1974 e seguenti
ristampe), nel quale la translitterazione dal greco è resa con thuya.
[20] Testut
e Latarjet, op. cit., vol. III, p. 242.
[21] Testut
e Latarjet, op. cit., ibidem.
[22] Ricordiamo che fu Purkinje, lo scopritore di queste cellule, che introdusse
il termine “cilindrasse” per denominare l’assone rivestito da mielina nel
sistema nervoso centrale e distinguerlo dai neuriti delle fibre amieliniche.
[23] Llinas
R. R., La corteccia del cervelletto. Le Scienze 81, maggio 1975, ristampato
in Il Cervello – organizzazione e funzioni (a cura di Angelo Majorana),
pp. 120-131, Le Scienze Editore, Milano 1978.
[24] Note e Notizie 26-09-20 La
corteccia del cervelletto umano è sorprendente.
[25] È interessante notare che non si
tratta di fibre commissurali come quelle del cervello, dove il corpo calloso,
ad esempio, connette punti omotopici dei due emisferi. Anche se si chiamano
commissurali, le fibre del cervelletto semplicemente attraversano la linea
mediana, ma hanno una diversa identità morfo-funzionale.
[26] Note e Notizie 23-01-21
Origine nel cervelletto delle connessioni cognitive.
[27] Questo richiamo sintetico
all’anatomia cerebellare si trova anche in Note
e Notizie 15-10-22 Il cervelletto nella memoria emozionale, in cui si recensisce un interessante studio di Matthias Fastenrath e colleghi.